METAMORFOSI
Erano già passati due mesi da quando, all’ecografia morfologica, mi dissero che saresti stata una femminuccia. Avevo già preparato il nome: Paola.
Quel giorno, dopo l’esame, andammo in centro ad acquistare la prima tutina. Gialla, nel caso l’ecografista avesse sbagliato — anche se confidavo che avesse visto giusto, perché una bambina era proprio quello che desideravo. Poi andammo alla basilica della Madonna di Monte Berico: ci sembrava un dono grande. Da due diventavamo tre, e tutto mi sembrava un miracolo. Non sono credente, ma forse a causa degli ormoni vedevo solo felicità e pace. Tutto ciò che mi circondava sembrava una favola.
Quest’ultima ecografia, invece, non andava bene. Mi dissero che i femori erano corti per l’età gestazionale e che dovevo fare un’ecografia di secondo livello, con un ecografo più preciso.
Così ci fecero andare a Padova, con il cuore preoccupato e la mente che non pensava ad altro.
Seduta in sala d’attesa vedevo solo visi tristi e tesi: tutte coppie giovani, senza voglia di parlare.
Entrai con mio marito in una piccola stanza buia, piena di medici: un lettino, un ecografo che emanava luce, e una nuvola di camici bianchi. Guardarono la documentazione, mi chiesero per l’ennesima volta la data dell’ultima mestruazione e mi fecero accomodare.
Il medico luminare mi mise il manipolo dell’ecografo sulla pancia gravida, mentre una decina di giovani dottori guardavano lo schermo. Io non c’ero: per loro c’erano solo il mio prodotto del concepimento e l’immagine sul monitor. Il primario indicava lo schermo, tutti annuivano. Mi sentivo una cavia su un tavolo di laboratorio. Per un attimo vidi la scena da fuori, come se fossi in piedi tra gli specializzandi, e non su quel lettino.
Il medico iniziò a parlare, confermando che il feto non era normale. Ritornai in me e mi resi conto che quella donna prostrata sul lettino, che ascoltava la sentenza, ero io. Iniziai a singhiozzare a sussulti, cercando di trattenere il pianto. Con voce fredda e perentoria, il primario disse:
“Piangere non serve a nulla.”
Ancora oggi mi chiedo come si possa dire una frase del genere a una persona che in quel momento ha la certezza che la sua vita non sarà più felice, né in pace, né una favola.
Le giornate passarono lente e tristi. Telefonate, visite, parole di chi cercava di consolarmi: “Anche alla mia amica avevano detto che c’era un problema e invece poi non c’era.”
Mi aggrappavo a quelle frasi, sperando che fosse tutto un errore. Forse, come dicevano i medici, bisognava solo aspettare che Paola nascesse, e poi si sarebbe visto “com’era”.
La pancia si faceva pesante, il caldo di luglio mi faceva grondare la schiena di notte. Mi alzavo con la camicia da notte madida di sudore per andare in bagno.
Avevo iniziato a fare ricerche su Internet: nanismo, sindromi, diagnosi terribili. Qualunque fosse stata, Paola non era normale — quindi, pensavo, era un mostro.
I giorni non erano più giorni. Il sogno di una vita felice e gioiosa si era spento.
Dovevo girare per casa con quella pancia pesante che, premendo sul diaframma, mi toglieva il fiato. Dormivo poco la notte, aspettando che il tempo passasse, finché sarebbe nata. Volevo che la facessero uscire, quel mostro che immaginavo stavo crescendo nella mia pancia. Volevo tornare a prima di quel maledetto giorno in cui avevo deciso che era il tempo di fare un figlio. Il dovere non era il mio volere.
Dovetti fare un ricovero prima della nascita, perché sembrava esserci anche un problema cardiaco. Dentro di me pensavo che forse era meglio così: forse il mostro sarebbe morto di morte naturale dopo il parto.
Mi presentai al ricovero. Nel reparto si udivano i vagiti dei bimbi appena nati, mamme felici, stanze colme di fiori. Come si fa a mettere una donna che si sente morta dentro in una stanza dove si respira la vita? In quel momento mi sentivo violentata nell’animo. Con il dolore dentro, costretta a guardare la felicità altrui. Una cosa disumana.
L’esame mostrò che il cuore di Paola non aveva problemi. Quindi ebbi la certezza che, dopo il parto, avrebbe vissuto.
Rannicchiata nel mio letto d’ospedale, con Paola che ogni tanto, muovendosi nella pancia, mi ricordava di esistere, iniziai a pensare a quanti piani aveva lo stabile. Forse si poteva raggiungere l’ultimo piano e da lì volare. Avrei volato per non esserci più. Nessun problema, mai più. Né per me, né per mio marito, né per Paola. Che vita avremmo avuto? Il sogno era svanito: l’unica via d’uscita era quella.
Mi infilai le ciabatte e la vestaglia e uscii dal reparto. Iniziai a salire le scale, un piano dopo l’altro. Arrivai all’ultimo corridoio, che portava a un pianerottolo. La porta finestrata era aperta. Mi affacciai al parapetto.
Era l’imbrunire di una calda e afosa giornata estiva di giugno. Alcuni uccelli volavano sui tetti della città di Padova. Intravedevo la cupola del Santo. Guardai in basso. Cercai di valutare se l’altezza fosse sufficiente.
Sotto, la strada interna del Policlinico era gremita di auto parcheggiate. “Forse rimbalzerò su una di quelle auto”, pensai. “Magari quella rossa… o quella grigia, grigia come la mia vita.”
“Come cadrò? Di testa o di schiena? Romperò il vetro del cruscotto? Ammaccherò la carrozzeria?”
Come si fa a morire?
Un dubbio mi assalì: “E se non muoio io e Paola con me? Cosa succederà? Siamo in un’area ospedaliera, i soccorsi arriverebbero subito. Forse mi salverebbero, magari rimanendo invalida o in coma. O forse Paola rimarrebbe danneggiata, ancora di più.”
Dovevo essere certa di morire, di morire entrambe, insieme. Dovevo riflettere. Magari scegliere un luogo diverso. Quello non era il giorno né il luogo giusto per morire.
Feci un sospiro profondo, ripercorsi il corridoio e scesi le scale. Tornai nel mio letto e mi rannicchiai. Entrò la mia compagna di stanza e mi disse che avevano portato la cena. Le risposi che non avevo fame e aspettai l’ora della nascita.
La nascita di Paola era prevista per il 21 luglio, ma sapevo che forse sarebbe arrivata prima.
Era la notte del 12. Verso le quattro del mattino iniziai a sentire i primi dolori al ventre. Mi chiesi se erano le fatidiche contrazioni di cui si era tanto parlato ai corsi pre-parto.
Non riuscivo a stare a letto, mi sentivo nervosa, dovevo alzarmi. Mi venne in mente mio padre, quando attendeva la nascita di un vitellino: “La vacca pestola, fra poco partorirà”, diceva. E così mi sentivo io. In fondo, tutti gli animali sono uguali, umani e non.
Dal concepimento, il mio corpo aveva avuto il sopravvento. Era lui che comandava la mia psiche. Se il feto aveva deciso di uscire, bisognava farlo uscire, pena la morte di entrambe.
La natura è così: si nasce, si cresce, ci si riproduce, si concepisce e poi si muore.
Mi avevano avvertita che era probabile un parto anticipato. Chiamai mio marito, che dormiva in un’altra stanza per non disturbarlo con il mio andirivieni notturno al bagno. “È ora di partire”, gli dissi.
Era ora di togliermi quel peso che mi angustiava da due mesi. Il mostro che cresceva dentro di me e si nutriva del mio sangue. Un essere che avevo concepito io, come se il mio corpo non fosse capace di generare cose sane, ma solo marce e deformi. Forse perché provenivo da una famiglia marcia: genitori anziani, povertà culturale e materiale, un fratello malato psichiatrico. Anch’io non potevo avere scampo, non potevo avere una vita normale.
Arrivai nel reparto. Mi monitorarono tutta la mattina, aspettando contrazioni più efficaci. Alla sera, dolori atroci mi impedivano di alzarmi dal letto, ma restai immobile. Non avvisai nessuno. Ero destinata a soffrire, e così accolsi il dolore.
La mia compagna di stanza chiamò l’infermiera. Mi fecero alzare per un ennesimo tracciato. Con fatica, senza porgermi una sedia a rotelle, mi invitarono ad attendere in piedi nel corridoio. Una contrazione forte mi piegò in due e mi sorressi al muro. Sentii un liquido caldo scendere lungo le gambe. Mi chiesi cosa fosse. Quante volte, nei film, avevo sentito dire: “Mi si sono rotte le acque.” Ecco, era quello. Mi guardai i piedi: le ciabatte erano sporche di un liquido verdastro. Sapevo bene che significava sofferenza fetale.
Finalmente arrivò una sedia a rotelle e mi portarono in sala monitoraggio. Mi infilarono dei sensori in utero. Le contrazioni erano frequenti ma non efficaci. Alle ventitré decisero per il cesareo.
Come nel film Visitors, il mostro sarebbe uscito dall’addome, sventrando il corpo che l’aveva nutrito.
Avvisarono mio marito e, mezz’ora dopo, mi dissero che era arrivato, sorpresi di come avesse fatto presto a coprire tutta quella strada.
Dopo l’anestesia epidurale mi portarono in sala operatoria. Mi dissero di stare tranquilla, e lo ero — forse perché mi avevano somministrato qualcosa.
Sentii il rumore metallico dei ferri chirurgici, poi un pianto. Urlai subito: “Com’è?”
Il chirurgo rispose: “Non male, signora.”
Interpretai quel “non male” come “normale”. La mia mente aveva bisogno di crederci.
Immaginai che stessero togliendo la placenta. Sentii che stavano chiudendo la ferita.
Poco dopo arrivò l’ostetrica con un gran sorriso. Mi mostrò la piccola: era rosa, con le gambe, le braccia e i capelli neri. Non sembrava un mostro. Ringraziai tutti, inebriata. Capii che mi avevano forse drogata, per prepararmi alla brutta sorpresa che invece, forse, non c’era.
Il giorno dopo venne a farmi visita mia madre, anziana, accompagnata da mio marito. Si avvicinò al letto e mi diede un bacio. Pensai che nella mia vita avevo un solo ricordo di essere stata baciata da lei: ero piccola, e doveva andare in ospedale per un’operazione alle vene delle gambe. Prima di partire, mi aveva dato un bacio. Era la prima manifestazione di affetto da parte sua.
Questo era il secondo. Un bacio da madre a madre. Da donna sfortunata a un’altra.
Non avevo più visto mia figlia dalla notte precedente. L’avevano portata in terapia intensiva per accertamenti.
Il giorno seguente la natura riprese il suo corso: i seni iniziarono a farmi male, a gonfiarsi, mentre saliva la febbre. Il corpo mi diceva che dovevo nutrire il mio cucciolo, e la mia mente, remissiva fino a quel momento, iniziò a cambiare.
Non mi sentivo più una larva che si stava lasciando morire. Il animo stava mutando.
Chiamai l’infermiera e, con tono perentorio, dissi che volevo vedere mia figlia.
Mi fecero togliere il latte con una macchinetta per darlo a Paola e mi organizzarono una visita in terapia intensiva per il pomeriggio nell’altra ala del Policlinico.
Mi misero su una sedia a rotelle e, con mio marito, percorremmo i lunghi corridoi sotterranei dell’ospedale.
Suonammo il campanello d’ingresso alla terapia intensiva pediatrica. Una sorridente infermiera mi aprì la porta e mi accompagnò nella stanza piena di apparecchiature.
C’erano quattro letti: volsi lo sguardo a sinistra e vidi un ragazzo in coma, poi tre culle. Senza che nessuno mi dicesse nulla, sapevo quale fosse la mia.
Era rannicchiata, pancia in giù, con le gambine piegate e il sederino in su, come nei ritratti di Anne Geddes. Il viso girato di lato, gli occhi chiusi, la boccuccia rosea che trasmetteva serenità.
Quell’incontro trasformò la mia vita. I mostri scomparvero. Tutto tornò in pace.
L’infermiera, con gesti gentili, me la fece attaccare al seno. I suoi sensi riconobbero il mio odore, la mia pelle, la mia voce. Io sentii mia figlia — carne della mia carne, parte di me che era uscita e ora si riuniva. Si attaccò subito al mio seno, come se mi stesse aspettando. Eravamo di nuovo insieme, unite per sempre.
Mi sentivo di nuovo forte, anzi molto più forte di prima. Ero diventata una leonessa, pronta a difendere ed accudire il suo cucciolo da tutti i problemi che, presto, sarebbero arrivati……
Laura